Insieme a te non ci sto più, guardo le Stelle lassù

“Spesso la destra vuole cambiare e cerca di farlo e al contrario, la sinistra intende, per ragioni più o meno nobili, preservare”, scriveva Gianfranco Pasquino nel 2001 nella sua ‘Critica della Sinistra Italiana’, un volumetto di poche centinaia di pagine. Aggiungeva poi che c’era “molto da cambiare e da riformare” nel progetto che nel testo si riferiva alla coalizione di sinistra, guidata dall’Ulivo. Le parole di Pasquino, oggi, non sono molto distanti da quello che è successo domenica 4 marzo, con la sola differenza che, circa 20 anni fa, i partiti anti-sistema non avevano ampio margine di consenso e, seppur con qualche tentennamento, la fiducia alla sinistra la si dava ancora.

Le elezioni di domenica 4 marzo ci consegnano un Paese diviso tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, ha analizzato qualcuno. Tra chi sceglie il protezionismo e chi dice sì all’assistenzialismo. Un Paese di populisti, di partiti anti-sistema e movimenti anti-partito. All’indomani della fine della Seconda Repubblica e l’inizio della acclamata Terza Repubblica (o già soprannominata Repubblica dei cittadini), le proiezioni post-voto fotografano un’Italia che non è più solo di Destra o di Sinistra. Un Paese che sembra diviso tra chi di sinistra non vuole esserlo più e chi vuole spingersi sempre più a destra.
Le elezioni di domenica 4 marzo hanno ridisegnato la geografia politica e territoriale dell’Italia, con un Sud a maggioranza grillina e un Nord trainato dal (nuovo) Carroccio. La vittoria del Movimento 5 Stelle è stata netta: con il suo 32%, gli italiani hanno smesso di dare fiducia a una sinistra sempre più autoreferenziale. Mentre a destra, persino la Forza dell’ex-Cavaliere è stata sorpassata dalla ruspa della Lega (Nord), la vera novità di questa tornata elettorale con il suo 18% (e un consenso anche al sud).

Mentre il Partito Democratico, ai suoi minimi storici con il 19%, paga le conseguenze di una comunicazione mancata e a tratti sfrontata, di politiche che hanno provocato risentimento e rancore tra le file di quell’ormai lontano 40% delle Europee 2014, di chi ha sempre votato a sinistra e ha sempre creduto in un progetto riformista.

Da Nord a Sud, l’Italia di chi non crede più

Oggi l’Italia è un Paese gialloblù, scrive Ilvo Diamanti su Repubblica. Di rosso è rimasto il red carpet degli Oscar, aggiungo io. Il calo dei consensi del PD è il sintomo di un malessere generalizzato, al sud come al nord, al centro come nelle isole. La politica di ricambio degli ultimi anni ha provocato uno scollamento che solo i 5 stelle sembrano avere intercettato. Una frattura, sociale e politica, che non è una questione di ideologia o di post-ideologia, ma di risentimento da parte di chi è stato lasciato indietro. Un risentimento che si è trasformato in rancore e che ha spianato la strada ai populismi, non solo in Italia, ma anche in Europa. Gli strascichi di una sinistra ciecamente ottimista hanno prodotto il populismo del Movimento e della Lega, due movimenti che, seppur divergenti su più punti, hanno cavalcato entrambi l’onda anti-europeista, anti-immigrazione e anti-establishment. Un evangelico Matteo Salvini da una parte e un montiano Luigi di Maio dall’altra hanno contemporaneamente prodotto una propaganda populista, fatta di riscatto e lotta alle élites economiche, politiche e sociali, di rottura con il passato e di aggregazione, di linguaggi semplici e istinti bassi. Una propaganda che, seppure abbiamo imparato a conoscere nel corso della storia, abbiamo giustificato di nuovo al grido del no all’europeismo e sì al nazionalismo. Leader carismatici a cui abbiamo voluto dare la nostra fiducia e consegnare un mandato fatto di programmi anti-politica e di critica ai politici. Abbiamo scelto l’assistenzialismo e il protezionismo e abbiamo ceduto alla paura del vicino. E siamo passati dal “dare la terra ai contadini” al “dare il reddito di cittadinanza ai cittadini”.

Il risultato di queste elezioni apre la sinistra ad una crisi strutturale alla quale dovrà cercare di trovare una soluzione pragmatica, di partito e di programma, comunicativa e partecipativa. Ma la débacle della sinistra non è una questione solo italiana: è un problema europeo, un problema di tutti.  Bisogna ripartire da dove si è inceppato il sistema, dalla disaffezione dei cittadini, dallo scollamento del rapporto partito-cittadini e dal rinnovamento della leadership. Ricostruire non è facile, dopo un risultato così ai minimi storici. Ma è necessario dotarsi di un nuovo progetto, che parta proprio dal basso, dal territorio, da una politica porta a porta che riavvicini il cittadino e lo rimetta al centro delle decisioni politiche. Serve un nuovo progetto, a sinistra e riformista, fatto di buone istituzioni e di buon governo. In una parola: serve una nuova politica.

 

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