L’Italia è (ancora) un Paese per donne?

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Con il Conte 2 (o Conte bis), qualcuno dai piani alti si è finalmente ricordato di dare spazio alle donne. In questo caso spazio nel senso dei Ministeri, quelli che avremmo dovuto avere con il Governo del Cambiamento. Ma, dopotutto, non tutte le ciambelle escono col buco. E, superato per fortuna il primo ciak della telenovela gialloverde, puntiamo ora al secondo tentativo, quello in cui di donne se ne vedono. La nomina che fa molto piacere è – senza nasconderlo, visti i precedenti degli ultimi mesi – quella che consegna il ministero dell’Interno ad un prefetto competente, Luciana Lamorgese. Donna e prefetto, convinta che «chi scappa dalla fame ha diritto a trovare condizioni di vita migliori».

Ma non solo Lamorgese. Pari Opportunità e Famiglia, Innovazione e Digitalizzazione, Pubblica Amministrazione, Politiche Agricole, Trasporti, Lavoro e Politiche Sociali. Sono i Ministeri che saranno guidati rispettivamente da Elena Bonetti (professoressa di analisi matematica), Paola Pisano (assessore all’Innovazione del Comune di Torino), Fabiana Dadone (attivista e laureata in giurisprudenza), Teresa Bellanova (sindacalista), Paola De Micheli (politica di professione e manager) e Nunzia Catalfo (selezionatrice di personale). Donne dalla lunga e comprovata esperienza, ognuna nel suo campo e ognuna opportunamente incaricata a ricoprire Ministeri di grande spessore. A descriverne esperienza e preparazione – e a scriverne bene come avrebbero dovuto fare tutti i quotidiani oggi – ci ha pensato, per fortuna, Maria Cristina Antonucci su Formiche che, in un’oggettiva e puntuale analisi, ci fa sperare, nel bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno della #genderequity di questo Conte bis, in “un riequilibro della quota limitata di incarichi” grazie a “rilievo dei ministeri affidati, primati al femminile nella guida dei dicasteri e qualità dei cv selezionati”. Del nuovo governo ne abbiamo parlato anche su Twitter, in un confronto aperto insieme a donne provenienti dal mondo dell’imprenditoria e della comunicazione, del giornalismo e dell’economia. E siamo tutte d’accordo: le nuove ministre che oggi hanno giurato di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sono “donne in gamba e competenti su temi complessi” che hanno bisogno di essere incoraggiate e supportate in questo nuovo impegno.

 

Al di là delle retoriche a cui siamo abituate, fa bene a noi donne vederci rappresentate anche così. Fa bene a una società che negli ultimi mesi ha collezionato disprezzo, violenza e molestie verso le donne da parte di uomini che hanno occupato quelle scrivanie che oggi, per fortuna, passano nelle mani di chi saprà dirigerle con professionalità, senza aver bisogno di arredarle con santi e iconografie. Fa bene anche all’Italia, a questo Governo che, nonostante il segnale positivo, si è comunque fermato al 33% del totale dei ministeri assegnati (rispetto alle rappresentanti femminili). Forse allora è vero, il Conte bis avrebbe potuto fare di più per garantire quote rosa e gender equity. Ma, forse, la qualità vale più della quantità, chi può dirlo ancora.

Insomma, numeri a parte, oggi al Quirinale c’è stato questo segnale positivo che, tra dirette Facebook e dj set al Papeete, avevamo dimenticato di rimettere in agenda. Resta il fatto che non dobbiamo adagiarci sugli allori, ma dobbiamo muoverci proprio da questo segnale positivo per incoraggiar(ci) a fare di più e meglio.
C’è ancora tanto lavoro da fare e ci sono purtroppo ancora tanti stereotipi da abbattere. A partire dalla solita pagella acchiappalike sugli outfit delle neoministre, delle figlie e delle mogli dei nuovi ministri, a firma di chi nelle donne ci vede solo tacco, smalto e rossetto. Ma su questo siamo già sulla buona strada. In sneakers e in tacco 12.

 

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