
Non avevamo mai avuto un First Gentleman, prima di Andrea Giambruno. E, a quanto pare, da quello che abbiamo visto in questo anno di premiership, non ci siamo neppure lontanamente avvicinate al modello di gentleman, mentre Giorgia Meloni portava e porta avanti il suo lavoro di presidente del Consiglio. C’è chi ci ha visto una congiunzione astrale coincidente con l’anniversario di governo, chi l’aveva predetto, chi magari ci ha anche scommesso sopra. E chi ha colto la prima palla al balzo per – si sa – raccogliere i frutti dei commenti social a caldo che inevitabilmente portano followers e popcorn.
Se non fosse per il First Man Giambruno, e quindi per la giornata del 20 ottobre segnata nella storia della Repubblica italiana dalla separazione via social di un presidente del Consiglio, ci staremmo chiedendo – oggi – che cosa ce ne facciamo del sentiment positivo verso Giorgia Meloni al 68.47% (secondo l’analisi di Vis Factor).
Non c’è bisogno che io ripercorra i fatti. Sappiamo come sono andate le cose, abbiamo visto tutti i fuori onda e abbiamo tutti consultato l’oracolo sulla differenza tra il blu Estoril e blu Cina – quantomeno per capire se esista davvero e se sia compatibile con la nostra armocromia. Abbiamo solidarizzato con la presidente Meloni – un po’ meno con la collega in studio che si è sorbita le molestie di un narcisista (che poi è il classico scemo che almeno una volta nella vita incappiamo tutte noi, nonostante il cervello). Abbiamo condiviso e ricondiviso meme, storie e post di real marketing (fatti piuttosto bene, devo ammetterlo). Ci siamo concessi una parentesi di 24 ore per distrarci un po’ e memare sulle pesche e le pietre. Non fraintendetemi eh, non è che non fosse giusto e non ci meritassimo di farlo. Dopotutto, era anche venerdì e dopo una settimana di lavoro, ci meritavamo un po’ di decompressione social.
Ma ripropongo la domanda: che cosa ce ne facciamo del sentiment positivo al 68.47% verso Giorgia Meloni, nel giorno della sua separazione social? Per quanto io ami studiare i trend e analizzare grafici alimenti il mio entusiasmo da sociologa nerd, valutare l’affezione verso la presidente del Consiglio nel giorno di un suo dramma familiare non ci restituisce dati reali su Meloni e sul suo operato. La politica nasconde molto spesso un lato empatico che, in occasioni familiari e/o personali, può essere in grado di tirare fuori coinvolgendo le folle, in senso negativo o positivo che sia. Come è stato in occasione della separazione Meloni-Giambruno via social.
Glamourizzazione & Elezioni europee
Un cliché da mediatizzazione e glamourizzazione della politica – cui Meloni ci ha già abituato da quando ha messo piede a Chigi con post, reel, video, pesche e anteprime del Consiglio dei Ministri su YouTube nel giorno del 1° maggio. Insomma, se non fosse che Macron faccia scuola su questo, diremmo che Meloni sta una spanna sopra tutti. Una façon de faire che da sempre preclude il confronto con i giornalisti e si nasconde dietro un’apparente disintermediazione sui social. Come nei casi delle conferenze stampa di governo cui raramente, più che ordinariamente, seguono i Q&A alla Mario Draghi con i media. La novità recente è stata LinkedIn – anche qui, scuola macroniana insegna per istituzionalizzare ulteriormente il curriculum da premier – probabilmente con l’impegno di dialogare con una nuova nicchia vicina alle idee conservatrici, ma difficile da intercettare nella grande stratificazione di Facebook. Una strategia, quella sul social dei professionisti per eccellenza, per accaparrarsi nuove e più ragionevoli file, in vista delle elezioni europee di giugno 2024. Un piano approvato, chissà, da Manfred Weber che da mesi lavora a un’apertura del PPE verso ECR (i Conservatori europei, di cui Meloni è appunto presidente).
Che cosa ce ne facciamo, dunque, del pompaggio empatizzato di ieri? Niente. Il pompaggio resta pompaggio e la solidarietà è giusto che ci sia. Resta però un dato. Il consenso di Giorgia Meloni è prepolitico e poco ha a che fare – suona male dirlo – con il suo ruolo di presidente del Consiglio. Basterebbe guardare al calo dei consensi verso il governo, con il 47% che oggi lo valuta negativamente, secondo le ultime rilevazioni Ipsos di settembre 2023, rispetto a solo un 42% positivo. E al calo di Fratelli d’Italia (30%).
Per quanto se ne dica, non c’è consenso che regga alle turbolenze da palazzo ed essere un politico è sempre più facile e redditizio dell’essere un presidente. Il prezzo da pagare, se sei ai piani alti. Pure se sei una roccia.