Donald Trump vuole prendersi la Groenlandia. Ma cosa pensano i groenlandesi di tutta questa vicenda? Ne ho parlato con Matteo Castellucci, giornalista de Il Post, che in Groenlandia c’è stato, e già un anno fa
Chi l’avrebbe mai detto che un giorno avremmo dovuto difendere l’Europa dai nostri alleati?
Al suo secondo mandato nello Studio Ovale, Donald Trump è tornato alla ribalta con l’intenzione di prendersi la Groenlandia, che sia formalmente o meno per ragioni di sicurezza strategica. La Groenlandia, in ogni caso, dipende dalla Danimarca (Paese UE) e per questo è considerato un Territorio Speciale dell’UE.
Ad ogni modo, l’affaire Groenlandia non è così semplice o diretto da gestire. Nei dialoghi internazionali a fianco della Prima Ministra danese Mette Frederiksen e del Primo Ministro Groenlandese Jens-Frederik Nielsen, sono intervenuti il Presidente francese Emmanuel Macron e il Primo Ministro Keir Starmer, oltre al Segretario generale della NATO Mark Rutte. Frederiksen e Nielsen hanno più volte sostenuto che l’isola non è in vendita e il Primo ministro groenlandese ha sottolineato che la Groenlandia “sceglie la Danimarca e l’Europa”.
Già nel 2019, Donald Trump dichiarò di voler acquistare la Groenlandia dalla Danimarca e all’epoca la questione ebbe un solo incidente diplomatico, con l’annullamento di una visita di Stato statunitense in Danimarca.
L’affaire Groenlandia non è quindi un tema del 2026 e, per capire come stiano vivendo la questione i groenlandesi, ho fatto qualche domanda a Matteo Castellucci, giornalista del Il Post, che in Groenlandia c’è stato già un anno fa
“I Groenlandesi hanno preso sul serio Trump fin dall’inizio di questo suo secondo mandato – mi spiega Castellucci – perché già prima di insediarsi aveva iniziato, nel giro di nomine che prometteva nei post sui social, a parlare insistentemente di Groenlandia. All’epoca, da noi media stranieri era stato derubricato come un discorso simbolico e polemico. Ma nell’anno successivo abbiamo capito che fa sul serio. Ma la popolazione groenlandese già all’epoca era molto preoccupata. Tanto che, parlandoci un anno dopo per alcuni articoli su Il Post, l’impressione che ne abbiamo ricavato è che la situazione attuale sia un grosso déjà-vu di un anno fa, in cui già all’epoca si temeva un intervento. E la Groenlandia, anche per ragioni geografiche e di prossimità fisica, era già molto preoccupata”.
Per quanto, però, la Groenlandia possa essere percepita molto distante per noi che ci affacciamo sul Mediterraneo, non solo rappresenta un osservatorio nel panorama delle relazioni internazionali, ma lo è anche nell’ambito delle relazioni con l’UE come Territorio Speciale, in quanto Paese d’Oltremare (PTOM), dopo aver lasciato la vecchia Comunità Economica Europea nel 1985, e con la Danimarca, da cui dipende in materia di politica estera e di difesa.
Con queste premesse alle spalle e nello scenario attuale, si è tornati a parlare a questo punto dell’indipendenza della Groenlandia rispetto al Regno di Danimarca. Su questo, Castellucci ricorda che il referendum che decise per l’uscita dell’isola dall’allora CEE “fu una questione di diritti di pesca, una Brexit prima di Brexit” e spiega poi: “Trump ha cambiato tutto. Le mire di Trump l’hanno rallentata, perché in un momento così caotico la Groenlandia si è un po’ riavvicinata alla Danimarca, che è comunque ancora molto influente nell’economia dell’isola, e di fatto ne gestisce la politica estera”. In ogni caso, continua Castellucci “il Governo precedente di Múte Egede voleva indire un referendum di indipendenza entro il 2025, e con Trump tutto questo è cambiato. Ha cambiato il discorso post-coloniale, che però preesisteva già”. Ad ogni modo, “si guarda con molta preoccupazione a uno scenario in cui il Paese verrebbe inglobato dagli USA. E secondo l’ultimo sondaggio disponibile finora di inizio 2025, l’85% dei groenlandesi sono contrari a diventarne parte, anche perché ce li hanno là vicini e vedono cosa sta succedendo in questa seconda presidenza Trump”.
Ma per parlare della popolazione groenlandese e del suo rapporto con la Danimarca e dell’indipendenza – continua Castellucci – “dobbiamo citare il passato coloniale danese, che è un grosso pezzo dell’equazione, perché è un passato la cui memoria storica, sia in Groenlandia che Danimarca, è tuttora irrisolta. In Groenlandia sono stati scoperti e documentati gli abusi, continuati fino al Novecento, con l’impianto forzoso di spirali anticoncezionali sulle donne, con il trasferimento coatto di bambini dalle comunità locali alla Danimarca – per citare due degli esempi più famosi – e per cui, solo negli ultimi anni e con un ‘certo’ ritardo, il governo danese si è scusato”.
E torniamo alla Groenlandia di oggi
“A un anno di distanza – non solo temporale ma anche geografica – mi pare prevalga, da un lato, un grosso esaurimento per tutta questa attenzione, e dall’altro preoccupazione e rabbia. Perché i groenlandesi non vogliono saperne delle mira di Trump, anche per il modo irrispettoso con cui li ha trattati. Molto spesso – e al di là di post come quelli sui pinguini che possono sembrare shitposting ma non lo sono -, Trump li ha scavalcati. E anche i media occidentali probabilmente sono caduti nello stesso frame, raccontando da un lato gli Stati Uniti con le loro mire espansionistiche, dall’altro l’Europa con le sue repliche impensierite e un po’ fumose. E tutti questi discorsi sembravano volare sopra le teste delle persone groenlandesi, che sono quelle direttamente interessate da tutta questa vicenda. E Trump non tratta con loro, ma parla all’Europa o alla Danimarca. E non ha mai cercato un’interlocuzione diretta con il Governo dell’isola, trattandola come una specie di proprietà immobiliare che si vuole comprare e non come una nazione che lo è già, pur non essendo pienamente sovrana per ragioni culturali e storiche”.
Bene, ma non benissimo insomma, dalla vicenda fino alla troppa attenzione e copertura mediatica…
“Tutta questa attenzione, da un lato ha portato tante persone nel mondo a scoprire più cose sulla Groenlandia, magari a volerla visitare. La Groenlandia è un posto molto piccolo, ha meno di 60 mila abitanti e la capitale Nuuk ne ha meno di 20mila. E, anche se è presto per saperlo, possiamo aspettarci che, dalla scorsa estate con l’apertura degli aerei diretti, aumentino anche i turisti”. E “per quanto riguarda la copertura mediatica, parte di questo sfinimento è anche dovuto alla costante presenza di giornalisti stranieri che vanno lì” – in un posto molto piccolo, spiega ancora Castellucci – “tutti con le stesse domande e molto spesso frettolosamente”. “E questo fa parte della sovraesposizione, ma anche dello sfinimento dell’isola. Per citare un caso piccolo, era comune che, alle richieste di intervista o sui siti delle istituzioni o dell’università, ci fosse il messaggio preimpostato con la risposta precompilata ‘siamo sopraffatti dalle richieste di intervista, rispondiamo solo ad alcune’.
Insomma. Quella groenlandese è una popolazione che vorrebbe continuare a vivere come stava facendo prima delle mire espansionistiche di Trump, di shitposting e proposte di acquisto e che – per riprendere e chiudere con le parole di Castellucci – “voleva andare verso l’indipendenza e prendere decisioni proprie. E invece adesso si trova al centro di questo grosso marasma, che probabilmente non è finito qui”.