L’Ue contro la disinformazione: il lavoro della Commissione europea per contrastare le fake news. L’intervista a Mattia Braida, Policy Officer nella DG Connect

disinformazione ue

Durante la pandemia, siamo entrati in contatto più da vicino con termini provenienti da diverse sfere – scientifica e mediatica prima di tutto – di cui conoscevamo poco e male definizione e significati. Tra questi, rientra disinformazione che, insieme a virus e vaccini, è entrato nel linguaggio comune dell’opinione pubblica. Purtroppo, molto spesso, influenzandola. Tra teorie del complotto e notizie false, l’Unione europea si è ritrovata dunque a doverne combattere la diffusione, mettendo a punto strumenti e misure per proteggere i cittadini e la società. Con la guerra in Ucraina, in Europa si parla di nuovo – e di nuovi – strumenti per veicolare la disinformazione: deepfake, intelligenza artificiale e media sono coinvolti nella strategia di guerra ibrida per distorcere le informazioni, diffondere notizie false e ostacolare la capacità dei cittadini di distinguere l’autorevolezza delle fonti. Non è un caso che gli stessi cittadini europei sono consapevoli del fenomeno: l’83% ritiene che la disinformazione sia una minaccia per la democrazia e il 51% ritiene di esserci stato esposto online, mentre dall’ultimo speciale Eurobarometro di luglio 2022 il 28% ritiene di essere stato molto spesso o spesso esposto alla disinformazione e a notizie false.
Mattia Braida, Policy Officer nella DG Connect della Commissione europea e incaricato in Media Convergence e Social Media, mi ha raccontato il lavoro dell’Ue nel contrasto alla disinformazione. Dalla pandemia fino all’aggressione militare della Russia nei confronti dell’Ucraina, passando per il nuovo Codice di buone pratiche contro la disinformazione: le azioni per proteggere la democrazia e contrastare i continui attacchi per destabilizzarla.

Buongiorno Mattia e benvenuto. Che cosa sta facendo la Commissione europea per contrastare la disinformazione e quali sono gli strumenti a disposizione e a tutela dei cittadini?  

Fin dal 2018, la Commissione europea sta andando avanti con una serie di azioni per limitare la diffusione delle informazioni false online che possono essere dannose per la società. Uno degli elementi più importanti da tenere in considerazione è che la disinformazione non è nulla di illegale fino al punto in cui non si trasforma in qualcosa che possa danneggiare la salute pubblica o anche le persone. La cosa più complicata è stata cercare di mettere in piedi qualcosa che aiutasse a limitare la diffusione di queste informazioni false e soprattutto che aiutasse a dare degli strumenti agli utenti – soprattutto dei social media – per comprendere quali informazioni siano false e quali vere. O comunque farsi un’idea su cosa e di quali fidarsi o meno. In questo senso, l’approccio della Commissione europea è stato quello di concentrarsi sul tentare di elaborare e mettere in piedi i mezzi per fornire agli utenti informazioni aggiuntive per capire come maneggiare le informazioni: da una parte, il lavoro con le piattaforme per limitare la disinformazione (all’inizio soprattutto in contesti elettorali); dall’altra strumenti, come quelli di media literacy, che possano aumentare la ricerca in questo campo così come in quello del fact-checking.

E da qui l’idea di un Codice di buone pratiche sulla disinformazione nel 2018 e il lavoro recente per rafforzarlo…

Il mondo online evolve rapidamente e con questo anche la base utenti, già dal 2018. Ci sono utenti che sono sempre più giovani, oppure provenienti da fasce di età più anziane, che hanno accesso a internet e riscontrano problemi piuttosto seri nella comprensione di quello che è l’informazione online. Pertanto, l’approccio è stato quello di andare verso una soluzione alternativa mai toccata prima: dalla self-regulation delle piattaforme (ad esempio sul limitare l’uso dei BOT o rendere più trasparente la pubblicità elettorale) – comunque dalla portata limitata -, si è deciso di rafforzare il Codice di buone pratiche sulla disinformazione. Le elezioni del 2019 ne hanno dimostrato l’utilità, ma fino a un certo punto: una delle limitazioni è stata quella di utilizzare gli stessi strumenti che funzionano perfettamente in una lingua e applicarli in altri contesti. Così come un altro limite è stata la partecipazione delle sole piattaforme. Per questo la Commissione europea ha allora deciso di rafforzare gli obblighi del Codice, soprattutto e anche in vista dei primi passi mossi verso il Digital Services Act (DSA), con l’idea di inserirlo all’interno degli obblighi della legislazione sui servizi digitali. Nel nuovo Codice di buone pratiche abbiamo messo in piedi un gruppo di lavoro che include un numero di attori elevato, rispetto al Codice precedente che contava 16 firmatari: il nuovo Codice conta in questo momento 34 firmatari (e altri ci stanno già chiedendo di aderire) e, oltre ad avere un’ampiezza in termini di granularità delle misure prese, delinea impegni ben precisi nel prendere contromisure e fornire agli utenti gli strumenti per segnalare la disinformazione online.

Con il Covid-19 siamo stati invasi dall’infodemia: quali sono gli strumenti che l’Ue ha messo in campo per contrastare la disinformazione e lavorare sul fact-checking?

Prima della pandemia le piattaforme che avevano sottoscritto il Codice avevano preso contromisure piuttosto soft. Nel momento in cui è scoppiata la pandemia, però, hanno messo in pratica molti degli impegni che avevano preso: c’è stata una rincorsa a fornire agli utenti informazioni di cui potersi fidare, attraverso banner ed etichette aggiunte ai post che parlavano del Covid-19. Tutte cose già scritte nel Codice e che non erano state mai applicate precedentemente. L’esperienza del Covid-19 ci ha consentito di mettere in piedi un programma di monitoraggio con le piattaforme, stabilendo un processo di lavoro che ha avvicinato l’istituzione e le piattaforme. E questo ci ha permesso di interfacciarci in maniera più semplice con queste al momento della guerra in Ucraina. Come Commissione europea volevamo facilitare questo tipo di processo, con la possibilità di parlare molto più facilmente con le piattaforme – anche in vista del nuovo Codice di buone pratiche sulla disinformazione – oltre a poter rispondere alle situazioni in evoluzione (vedi i deepfake e l’uso massivo dell’Ai). Per questo abbiamo deciso di inserire nel nuovo Codice una task force, un forum permanente nel quale ci si incontra periodicamente con tutti i firmatari del Codice: la Commissione europea presiede la task force, ne dà gli input principali e svolge un ruolo di monitoraggio, ma il Codice rimane uno strumento dei firmatari.

Con la guerra in Ucraina stiamo assistendo a linguaggi che credevamo di aver lasciato nel Novecento. Qual è l’impegno che l’Ue sta portando avanti per salvaguardare i valori di libertà e democrazia nell’Ue?

Per quanto riguarda l’Ucraina, una delle cose relativamente semplice è stata tenere in piedi un dialogo con le piattaforme nel momento in cui si è deciso di applicare le sanzioni, proprio perché avevamo già un canale aperto che in un certo modo ha accelerato il tipo di lavoro che è stato fatto. E la decisione di bannare Russia Today e Sputnik è stata presa in conseguenza del fatto che questi, come tutti i canali messi in piedi dalla Russia, venivano utilizzati come strumenti di guerra ibrida. Una delle cose più interessanti di tutto il lavoro fatto nell’ambito della guerra in Ucraina è che le piattaforme hanno preso seriamente in considerazione l’aumento degli investimenti in fact-checker e ricerca nelle lingue principali in cui questo tipo di disinformazione è più forte. Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che la guerra può fare malissimo anche nel contesto dell’informazione perché può fare in modo di far vedere un dittatore come un portatore di democrazia. E abbiamo visto in maniera abbastanza limpida quanto la disinformazione faccia male alla democrazia: dal guardare un conflitto armato tradizionale per quello che è, ci siamo messi a vederlo come a doverne prendere le parti, come in una partita di calcio. Piuttosto che parlare di un’aggressione, quale è stata, che víola il diritto internazionale.

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