Difesa, sentimento e futuro dell’Ue: il racconto della settimana di Dialoghi sull’Europa 2022 a Scienze politiche Sapienza

dialoghi europa

Se mi trovassi di fronte all’opportunità di dover dare un titolo alla 6° edizione di Dialoghi sull’Europa, darei senza dubbio spazio a quelli che sono stati il topic più gettonato e il sentimento più partecipato, rispettivamente la difesa europea e l’attaccamento all’Ue. E così eccola l’opportunità: quella di raccontarvi cosa è stato quest’anno #DialoghiUE, ma anche chi è stato. Ma, più di tutto, perché l’edizione 2022 è stata per gli organizzatori, senza dubbio, la più bella. Lasciatemi fare una premessa, prima di portarvi con me nella settimana più coinvolgente dell’Edificio CU002 della Città universitaria: Dialoghi sull’Europa è un’iniziativa del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma che, da sei anni, raccoglie (e accoglie) l’entusiasmo dei docenti che mettono a disposizione le ore di lezione per parlare di Europa con gli studenti, insieme a speaker nazionali, europei e internazionali. Un’iniziativa che in questi anni è diventato un vero e proprio Festival e un punto di riferimento nell’ambiente universitario italiano e che anche quest’anno ha coinvolto le istituzioni come la Rappresentanza dell’Ue in Italia e i membri del Parlamento europeo, l’Ambasciata francese in Italia e l’Institut Français Italia.

Ma veniamo a noi. Come vi dicevo, questa edizione 2022 è stata la più bella: sono 38 i panel che quest’anno hanno popolato l’iniziativa: dalla storia d’Europa alla rule of law dell’Ue, dalle sfide globali dei cambiamenti climatici al Next Generation EU passando per le migrazioni e la salute post pandemia, sono solo alcuni dei temi su cui gli studenti hanno ragionato in un confronto aperto con gli ospiti. Non solo l’aspetto giuridico del rispetto dello Stato di diritto da parte di Stati come Ungheria e Polonia, ma anche la comprensione di fenomeni attuali, attraverso l’interpretazione in chiave storico-politica e sociologica di episodi passati: è nel segno della continuità che gli studenti – per la prima volta, a due anni dalla pandemia, che ha ‘imposto’ a tutti noi la didattica a distanza – si sono sentiti coinvolti vivendo (fisicamente) gli spazi dell’università e condividendo insieme ai docenti e agli ospiti riflessioni e punti di vista.

Come vi dicevo però – e come rimanda il titolo di questo editoriale – un tema più degli altri si è imposto nel dibattito che ha animato Dialoghi sull’Europa di quest’anno. A volerlo considerare a tutti gli effetti il filo rosso che ha accompagnato gli eventi di un’intera settimana, la difesa europea è il topic emerso dalle discussioni attorno ai panel, ma anche dalla stessa curiosità degli studenti e dei docenti – e della sottoscritta – di intuire, se non ancora di comprendere, il futuro dell’Europa in questo momento storico. Con l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e la guerra tuttora in corso, la difesa europea è stato il tema protagonista di questa edizione. Se è vero che è soprattutto dalle università che si muove il dibattito pubblico, contribuendo a formare e alimentare l’opinione pubblica, è altrettanto vero che durante #DialoghiUE ci siamo posti, tutti indistintamente, domande su un progetto europeo di difesa, passato e in divenire. Non è la prima volta che l’Unione europea affronta la questione di una difesa europea e in questi anni abbiamo spesso sentito parlare della Comunità europea di difesa (CED) e, ancor più nelle ultime settimane, della necessità dell’Ue di dotarsi di una vera e propria politica estera di sicurezza. Dialoghi sull’Europa ha messo nero su bianco il tema che sta popolando – e che popolerà in maniera strutturale – l’agenda setting europea, ma anche dei singoli Stati membri, attraverso il contributo di docenti ed esperti di geopolitica e la lettura dei fenomeni delle relazioni internazionali, essenziale, in questo momento storico, per capire cosa succede non solo in Europa, ma anche in tutto il mondo.

Lasciatemi dire, però, che passando da un evento all’altro, online o in presenza che fosse, non ho potuto fare a meno di percepire il forte sentimento europeista che ha pervaso le aule di Scienze Politiche. Non voglio fare banale retorica, né tantomeno prestare queste righe a un elogio indiscusso. Nel momento storico che stiamo vivendo, in cui la pace in Europa non sembra più un valore scontato, è legittimo chiedersi se e quale senso avesse – e ha – parlare ancora di Europa, di integrazione europea, di allargamento e dunque di Unione europea nel suo complesso. Lo è ancora di più a due anni dalla pandemia, dalla fatica, dalla crisi e dallo stato di emergenza con cui abbiamo convissuto e continuiamo a convivere. E allora sì. Ce lo si è chiesto e in dipartimento ci siamo detti “che, soprattutto, in questo momento storico, è importante parlare di Europa politica, ma anche del patrimonio culturale che l’Unione europea è stata in grado di produrre nella sua storia”, per usare le parole della direttrice Maria Cristina Marchetti. Quello che a molti di noi sembra scontato, perché passato e studiato, non lo è per molti e molte altre realtà, vicine o lontane a noi. “Stiamo assistendo – continuo citando ancora la prof.ssa Marchetti – a un dibattito a tratti cupo e molto duro in cui si torna a parlare di nazionalismi e sovranità, un linguaggio che credevamo archiviato con l’esperienza del Novecento e che invece oggi torna in maniera forte”. E questa è una verità a cui non possiamo sottrarci. L’attaccamento all’Ue e il forte sentimento europeista, così come la tutela dei valori dell’Ue (definiti nell’art.2 del Trattato di Lisbona), sono la risposta a questo. Di Ue, in questi anni, ne abbiamo parlato spesso apertamente nel senso di sfide, opportunità e contraddizioni. Ma oggi l’Ue deve dotarsi di una strategia di ripresa e consolidamento che preveda dialogo istituzionale interno e incoraggiamento esterno, nel segno di un’integrazione che tenga conto del pluralismo europeo e includa, allo stesso tempo, i cittadini. In questo senso ha ragione Carlo Corazza, portavoce del Parlamento europeo in Italia che, nella prima giornata dei Dialoghi, ha sottolineato l’importanza del “tema della sovranità europea, che non può più essere messo da parte” e che oggi si muove nei confini di uno scenario nuovo, cambiato rispetto a quello entro cui è stata inaugurata la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che in questo anno ha ragionato su “un’Europa più democratica, più verde e della sanità”.

Ecco, dunque, perché ha senso ancora parlare di Europa. L’Unione europea della pandemia è stata un’Unione europea completamente cambiata rispetto a quella post-crisi finanziaria. E lo è anche rispetto a oggi, con la guerra in Ucraina e scenari geopolitici incerti. Parlare di Europa ci permette di calarci nel presente, di visualizzare meccanismi attuali, ma anche di analizzare quelle che sono state “tendenze di vecchia data nella governance dell’Ue” – per dirla con Vivien Schimdt – nella quale la crescente politicizzazione (o profonda politicizzazione) di alcune dinamiche istituzionali (come la prevalenza del Consiglio europeo) si è sommata a fenomeni nuovi e altri già noti, da una parte un ruolo più strategico della Commissione europea e un’accresciuta consapevolezza del Parlamento e dall’altra l’integrazione europea differenziata. L’edizione di Dialoghi sull’Europa di quest’anno ha provato a rispondere ad alcuni di questi interrogativi, agli scenari in continuo divenire, al Futuro dell’Europa: politico, democratico, strategico. Alcune domande sono rimaste aperte, com’è forse (e fisiologico) che sia. Ma l’Europa ha ancora qualcosa, anzi tanto, da dire e #DialoghiUE l’ha dimostrato. E allora, grazie a tutti per aver partecipato e animato questa edizione, ci vediamo l’anno prossimo!

Per rivedere #DialoghiUE su Twitter clicca qui.

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