Dopo il Coronavirus non saremo più come prima (ma questo non sarà un male)

coronavirus

Qual è la prima cosa che farò uscita di qua? È stata la domanda che mi sono fatta il giorno dopo che mi hanno dimessa dal Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I nel settembre 2018 e mandata a casa con la severa raccomandazione di restare a letto. Avevo avuto una pericardite e uscita dall’ospedale non avevo ancora chiara l’idea di cosa significasse restare a letto e non affaticarsi per nessuna ragione. L’ho capito, infatti, il giorno dopo quando mi sono ritrovata a fissare il soffitto di camera mia, stesa a pancia in su a contare quanti prodotti per il corpo e il viso avevo sul mobile davanti a me. Ci sono stata tre mesi così, arrancando da una stanza all’altra e in un certo senso privata della mia libertà personale. La prima cosa che ho fatto (appena ne ho avuto la possibilità) è stata andare al mare.

Mi sono fatta la stessa domanda anche in questa circostanza di emergenza sanitaria da Covid-19, in cui ci è stato chiesto, in sostanza, di restare a casa, per fermare la diffusione del virus. E mi sono detta che, anche questa volta, la prima cosa che farò sarà andare al mare, prendere il sole e immergere i piedi nell’acqua. Sarà la mia ritrovata libertà, come quando la ritrovai quasi quattro mesi dopo dalla mia dimissione dall’ospedale. Non ho dubbi che, in questi giorni da quarantena e isolamento, ci siamo fatti un po’ tutti questa domanda e che ognuno, a modo suo, stia trovando il proprio spazio di libertà autentica fuori dalle mura di casa.

Come cambieremo dopo il Coronavirus?

In questi giorni ho aperto con me stessa (e anche con qualche amico) una riflessione su come e se cambieremo dopo questa emergenza sanitaria. Che se vogliamo – senza sminuirla – possiamo chiamare col suo nome: pandemia. Ho pensato a come cambieranno i nostri linguaggi e comportamenti, i nostri modi di rapportarci agli altri e la percezione che avremo dell’altro; la nostra presenza in uno spazio e la nostra scala personale di priorità delle cose. Mi spiego. Quello che stiamo vivendo adesso è un periodo difficile dal quale tutti usciremo cambiati sotto diversi aspetti e nella forma di nuove fratture sociali – passatemi il termine – che si rifletteranno nelle dimensioni della società, della politica, del lavoro e dei rapporti umani. Esisterà, in poche parole, un prima e un dopo: l’ante litteram del Covid-19 sarà la somma degli errori che abbiamo collezionato in questi anni, nella lunga decade post crisi finanziaria 2008, durante la quale ci siamo prima svuotati e scheletrizzati politicamente e dopo irrigiditi umanamente. Finiranno negli archivi storici dei nostri cloud i commenti incivili e i leoni da tastiera, le foto con gattini e vasetti di Nutella, i tweet polemici e i blocchi ad Est, la sicurezza come baluardo di questo secolo e i bacioni agli amici. Poi forse ci vergogneremo della disinformazione e delle fake news che abbiamo contribuito a far girare, di aver messo in dubbio l’autorità di scienziati e virologi alimentando le tesi dei No Vax, di aver appoggiato chi ha raccontato che si stava meglio quando si stava peggio e di aver applaudito a chi urlava di uscire dall’Europa.

Più di prima: comunicazione

Insomma, quando prendere una birra tornerà ad essere la normalità, torneremo a fare l’inventario di alcune cose perdute, ma impareremo anche a dare alla nostra socialità una nuova interpretazione. Se sarà un processo naturale lo scopriremo solo in corso d’opera, ma la nostra visione delle cose e del mondo cambierà senza dubbio. Non escludo, infatti, che sarà proprio la nuova interpretazione delle cose a collocarci nella dimensione sociale e politica del post Covid-19. Il rispetto e la cura dell’altro acquisiranno una connotazione diversa e gesti come chiedere come stai o aiutare il vicino di casa non del tutto autosufficiente non saranno più dati per scontati.
Le nuove vision e mission del post Covid-19 contribuiranno, inoltre, a migliorare la sfera comunicativa. A subìre, infatti, un cambiamento – tra i tanti livelli – sarà la comunicazione (che tante ne ha fatte in queste settimane, da Palazzo Chigi alla BCE, per fare qualche esempio) che uscirà sicuramente più articolata e – mi auguro – più curata. Sarà forse questa la volta buona in cui la crisis communication ci lascerà qualcosa di tangibile: non solo le card su come lavarsi le mani, ma soprattutto l’importanza della comunicazione istituzionale e sanitaria, l’integrità della diffusione dei dati e piani editoriali empatici e aggiornati. E poi, forse, sarà anche l’occasione in cui impareremo ad essere più slow journalist e meno clickbaiters, che leggeremo più di un libro e ci abboneremo all’informazione di qualità.

Meglio di prima: Linguaggio politico

Un’altra cosa che ci lascerà il post Covid-19 – lasciatemelo dire – sarà un nuovo linguaggio politico. O, per meglio dire, il ritorno all’autentico, con l’eclissi dell’antipolitica e dello storytelling antagonista, mentre nel frattempo percezione e realtà si avvicineranno sempre di più, consegnandoci la dimensione reale della politica: quella delle riforme strutturali e degli investimenti sulle infrastrutture, sulla ricerca e sulla sanità, sull’istruzione e sulla cultura, sulle telecomunicazioni e sulla trasformazione digitale, così come su tutto il sistema-Paese.
Se c’è un dato di fatto di fronte al quale ci ha messo l’emergenza Coronavirus è la nostra (quasi) totale impreparazione di fronte a questa situazione di lockdown (che durerà ancora qualche settimana). In meno di 48 ore abbiamo dovuto imparare ad usare nuovi strumenti, mentre scoprivamo di non essere preparati allo smartworking e alla didattica a distanza e che la digital transformation in Italia è ancora a metà del suo percorso. In realtà, però, sapevamo di non essere preparati, ma abbiamo sempre procrastinato quello che avremmo potuto – e dovuto – fare ieri per essere pronti oggi. Il digitale e le telecomunicazioni ci stanno permettendo di fare tutto (o buona parte) di quello che eravamo abituati a fare solo in house: le riunioni e i meeting di lavoro, le lezioni online con gli studenti, i briefing settimanali e persino le lauree a distanza.

E allora se c’è una cosa che possiamo fare in questo periodo di quarantena è lavorare per metterci in pari nel nostro rapporto con il digitale, imparando proprio da una situazione di emergenza (e scarsità). Perché una cosa è certa: le cose non torneranno più come prima – come ha anche detto Gideon Lichfield, direttore del magazine MIT Technology Review – ma questo non vuol dire che sarà un male. Potrà, infatti, essere un bene per tutti noi, un nuovo punto di partenza per lo sviluppo del nostro Paese. Ma per realizzarlo, occorrerà la collaborazione di tutti: economia, politica e cittadini.

Follow:
Share:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close Me
Looking for Something?
Search:
Post Categories: