Come cambia la comunicazione su Instagram? L’ho chiesto a Salvatore Borzacchiello, admin di IgersItalia

igers italia

Come siamo cambiati durante la pandemia e come è cambiata la nostra comunicazione su Instagram? I nuovi ritmi di lavoro, ridotti in work from home così come la sovrapposizione degli spazi familiari, con la socialità ridotta al metro quadrato del nucleo, ci hanno portato a dover necessariamente ridisegnare la nostra presenza sui social media, soprattutto su una piattaforma come Instagram che si contraddistingue, rispetto agli altri social network, per la comunicazione visiva. I diversi momenti storici e i grandi cambiamenti che attraversano la società, come può essere appunto una pandemia, definiscono oggi in maniera quasi inevitabile la relazione social media-persone: i contenuti degli utenti si riadattano a nuovi ambienti e nuove routine e danno spazio – finalmente, aggiungerei – a racconti più autentici. Come siano cambiati i contenuti e le persone su Instagram, ho voluto farmelo spiegare da Salvatore Borzacchiello, aka @borzac, admin e membro del Consiglio direttivo di IgersItalia (@igersitalia), la più grande Community italiana legata al mondo della promozione del territorio e della comunicazione visiva, e community manager di @igers.calabria. Insomma, da chi le community le costruisce e le arricchisce ogni giorno con contenuti di valore, campagne, meeting e anche challenge.

Ciao Salvatore, benvenuto, che piacere averti qui nella mia stanza virtuale! Io ho appena proceduto con le presentazioni formali, ma lascio ora la parola a te che Instagram lo vivi da professionista e come admin Igers lavori ogni giorno per la promozione del territorio e delle sue eccellenze. Ti chiedo: come cambia lo storytelling su Instagram in tempi di pandemia?

«Documentiamo con le immagini per dare forma ai ricordi relativamente al tempo in cui viviamo e Instagram si è da sempre rivelato lo strumento ideale per questo tipo di racconti. Anche in tempi di quarantena, protetti (o sacrificati) tra le mura delle nostre abitazioni, ci siamo affidati ai social media per restare aggrappati alla nostra quotidianità e narrarla ai nostri seguaci a colpi di post, stories e dirette live, attraverso il racconto delle panificazioni, dei passi di danza e di esibizioni canore sul balcone o sul terrazzo – alla Beatles maniera – tutti uniti sotto lo stesso hashtag #andràtuttobene. I primissimi periodi di lockdown sono stati invece un incubo per i social media manager. Il blocco delle attività, delle produzioni e dei settori come quello delle arti e del turismo hanno immobilizzato anche le menti dei comunicatori digitali. Tutti alla ricerca della migliore strategia senza però rischiare di essere linciati dai commenti dei sostenitori o degli oppositori dell’#iorestoacasa».

Confermo sull’incubo che hanno vissuto i social media manager. Quali sono stati i racconti più sviluppati? E hai riscontrato differenze tra il primo e il secondo lockdown?

«Dal moltiplicarsi di contenuti social sotto il tag #iorestoacasa e grazie al recente piano di digitalizzazione dei musei e del patrimonio culturale fortemente voluto dal Ministro Franceschini, il MiBACT si è attivato per mantenere i luoghi della cultura in rete attivi e connessi attraverso l’avvio di interessanti iniziative digitali. Nascono così, anche grazie all’aiuto di partner del calibro di IgersItalia, i challenge #ArtYouReady, #lartetisomiglia e #laculturanonsiferma. Con queste iniziative l’arte è stata l’indiscussa protagonista dello storytelling. Infatti secondo le indagini di esperti dell’internet, i musei statali italiani hanno triplicato la propria presenza digitale nei mesi del lockdown, aumentando considerevolmente la propria attività sui social media e fidelizzando migliaia e migliaia di followers. E come in ogni settore, l’impatto del primo lockdown sulla comunicazione digitale non è stato generato da una mancanza di idee o strumenti, piuttosto da un senso generale di paura, confusione e incertezza, causato dal continuo sovrapporsi dei divieti e soprattutto dalle interpretazioni contrastanti. L’esperienza passata e la disponibilità di nuovi strumenti stanno aiutando gli storyteller ad affrontare questa nuova chiusura».

Qual è stato e qual è tuttora l’impatto della pandemia sulla Community degli igers e degli influencer? Hai notato se c’è stato un cambio di registro nella comunicazione?

«Online anche le community igers si sono adattate (odio questi termini) alla “nuova normalità”. Quelle che più ci mancano però sono le iniziative offline (gli Instameet, gli InstaWalk, etc), che coinvolgono un numero sempre maggiore di appassionati e professionisti interessati alle attività di promozione del territorio, sul territorio, che svolgiamo ormai da un decennio. Alla fine dello scorso settembre siamo riusciti ad organizzare a Brescia, uno dei luoghi più colpiti dagli effetti della prima ondata della pandemia, l’Assemblea Nazionale di IgersItalia, con molta fatica e soprattutto rispettando tutte le disposizioni a tutela della salute di ogni partecipante. Il mondo degli influencer non ha subìto perdite, anzi. Per ovvi motivi, il lockdown ha reso i loro racconti più spontanei e semplici e il modo di comunicare più empatico e vero, fornendo loro l’opportunità di accorciare le distanze con i propri follower e consolidare così il rapporto di fiducia. Considerato che mi piace snocciolare numeri, le indagini dei famosi esperti dell’internet hanno stimato che nel 2020 il fatturato dell’Influencer Marketing è pari a 9,7 miliardi di dollari e che questo dato è destinato alla crescita anche rispetto agli anni precedenti. Niente male vero?».

Direi proprio di sì! Sono numeri interessanti. E a questo punto mi chiedo e ti chiedo: può esserci, secondo te, una funzione pedagogica di Instagram?

«Non voglio parlare della #albertoangelachallenge perché non ho intenzione di dare evidenza al fenomeno trash che lo ha generato. Vorrei invece parlare del ruolo sociale affidato agli influencer. Da loro sono passate informazioni e consigli sui comportamenti da tenere per affrontare le criticità in tempi di coronavirus. Attraverso loro si è riusciti a dare vita o a promuovere iniziative benefiche. A tal proposito non posso non citare i coniugi Ferragni-Fedez e di quando il premier Conte li ha ingaggiati per raggiungere una vastissima platea di giovani per sensibilizzarli sull’utilizzo della mascherina attraverso lo strumento di comunicazione più istantaneo: le stories di Instagram».

Grazie per aver nominato Chiara Ferragni e Fedez, stimo molto quello che fanno e come lo fanno e sono d’accordo con te sul ruolo sociale che possono avere gli influencer. Arrivati alla fine di questa nostra intervista vorrei chiederti: cosa ci dobbiamo aspettare dal 2021?

«Cosa mi aspetto io? Che si ritorni in tempi strettissimi alla “vecchia normalità” … e la pace nel mondo. L’internet e i social hanno il cammino già segnato. Penso alla battaglia contro la disinformazione che vedrà aziende e canali di informazione sui social impegnati in prima linea. E i meme avranno sempre più importanza in questo braccio di ferro. Penso ai contenuti remix, incoraggiati dai TikTok e dai Reels, che avranno un ruolo fondamentale nelle future strategie di marketing».

Non posso che essere in linea con quello che dici, sono proprio curiosa di vedere cosa ci regalerà questo 2021. E speriamo davvero di ritornare alla “vecchia normalità”, come la chiami tu. Ci serve eccome. E insomma, dopotutto abbiamo tutti voglia di ritornare a fare stories e IGTV girando tra le bellezze della nostra Italia. Magari anche un balletto su Reels, chissà. Grazie Borzac per essere passato di qua, a presto!

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